Allargare al massimo l’orizzonte dei linguaggi, puntare su frizioni e choc, speculare sopra accoppiamenti di forme e di toni assolutamente non giudiziosi, è per me esercizio antico e preciso progetto di poetica. Il teatro, che è appunto, per eccellenza, “travestimento”, mi pare che invochi siffatte manipolazioni, in vista di una piena sregolatezza inventiva, anarchicamente ben temperata. E questo vale per la parola, per il suono, per l’immagine, per il gesto. Del resto, si sa, Shakespeare insegna.

Edoardo Sanguineti
Festival di Spoleto 1998

A PROPOSITO DEI “MACBETH”

Andrea Liberovici incontra Pierluigi Petrobelli direttore dell’Istituto di Studi Verdiani di Parma.

A.L.:
Caro Petrobelli nella tua qualità di direttore dell’Istituto di Studi Verdiani di Parma mi chiedevo se l’idea che si faccia un altro Macbeth, in qualche modo in musica, non ti terrorizzi.

P.P.:
Anzi, la trovo una cosa molto naturale, nel senso che i temi che percorrono il Macbeth sono temi universali e non c’é da stupirsi se periodicamente gli artisti rivisitano questo tema e lo ripensano. Quindi che un artista contemporaneo ritorni a questo tema non solo non crea nessuna sorpresa, sarà caso mai l’artista stesso che si terrorizzerà nell’affrontare il tema.
E’ ovvio anche che un artista del nostro tempo non può rivisitare un tema del genere rifacendosi ai modelli secondo i quali il tema é stato guardato nel passato. E’ in fondo la stessa cosa che Verdi ha fatto quando si é avvicinato a Shakespeare: certo lui ha capito i temi fondamentali di Shakespeare, ma ne ha dato un’interpretazione totalmente personale. Faccio un esempio molto tipico: ha eliminato completamente dal testo shakespeariano tutto l’elemento comico, la scena del portiere che batte le porte