Post n° 7 – da “L’amore può esser cieco ma non sordo“ (2 parte)

 “L’amore può esser cieco ma non sordo“

Recitativo

Il XX secolo è, fra le altre cose, l’Età del Rumore. Rumore fisico, rumore mentale e rumore di desiderio: per ognuno di essi abbiamo testimonianze storiche. E non c’è da meravigliarsi, perché tutte le risorse della nostra tecnologia quasi miracolosa concorrono a render più efficace l’attuale assalto del silenzio. La radio, la più popolare e influente fra tutte le recenti invenzioni, non è altro che un canale attraverso il quale un frastuono prefabbricato può entrare a fiotti nelle nostre case. E naturalmente questo frastuono va molto più in la dei timpani. Pervade la mente, riempiendola di una babele di distrazioni: notizie di cronaca, informazioni spezzettate e sconnesse, frammenti di musica. (…) E quando, come nella maggior parte delle nazioni, le stazioni emittenti si finanziano vendendo il tempo agli inserzionisti, il baccano viene trasmesso dalle orecchie, attraverso i regni della fantasia, della conoscenza e del sentimento, fino al nucleo del desiderio dell’ego.

Aldous Huxley, Opere

Huxley

A.Huxley

 

E’ un fatto che chi mangia un biscotto secco si sente le orecchie stordite da un gran rumore che gli impedisce di udire il mondo circostante, e al tè Schildknapp dimostrava come una società’ che mangia biscotti non possa udire niente.

T. Mann, Doctor Faustus

Mann

T.Mann

Queste citazioni, provenienti dallo scorso millennio, secondo me definiscono perfettamente, nella loro essenzialità, svariati aspetti della presunta materia culturale del nostro presente globale. Dal logos al logo, dalla propensione all’ascolto da camera, propria di un mondo moderno (probabilmente idealizzato), all’assoluta sordità di questo presente post-moderno paradossalmente grondante e carico di suono.  “Oro e piacere sessuale: a questo si riduce la saggezza del Satana goethiano, che mira – con l’aiuto della magia e del cinismo di Mefistofele – all’abbrutimento dell’umanità, alla creazione di un regno animale dello spirito”, sintetizzava profeticamente Lukacs nei suoi Studi sul Faust.

Come si colloca, e soprattutto quale funzione ha la musica del e nel XXI° secolo? Ovviamente è una domanda debordante di cui non posseggo le risposte. Quello che posso notare e annotare è lo sterminato arcipelago di saturazioni linguistiche chiamate: generi. Saturazioni musicali (?) che popolano acusticamente il nostro vivere quotidiano. Wikipedia segnala 507 generi musicali diversi compreso il medieval metal…  Il genere, segno apparente di una pluralità dei linguaggi, in realtà crea il perimetro, a mio avviso, di un pensiero malinconicamente unico: la resa al mercato e ai suoi scaffali. Il genere tutela, definisce,circoscrive quindi rassicura. Il genere inevitabilmente, si riferisce solo a se stesso e non più alla complessità del suo interlocutore naturale ovvero l’essere umano, nobilitandosi attraverso un’iperspecializzazione tecnica per poi concedersi, raggiunta un’ astratta idea formale di perfezione, alla carta di credito utilizzando tutte le svariate modalità derivate dal “mestiere più antico del mondo” ovvero tutte le declinazioni possibili del concetto di seduzione. La stessa cosa, in sintesi, che succede ai pomodori e ai peperoni lucidi, tondi e perfetti che troviamo negli ipermercati ma che una volta assaggiati non sanno di nulla.

Molto esplicative sono le confezioni dei prodotti di musica del genere classico degli ultimi decenni. Non importa se si debba vendere Bach o Beethoven (l’importante è comunque scegliere autori che non abbiano eredi con cui dividere i proventi dei diritti d’autore, quindi puntare sul classico è sicuramente più redditizio rispetto al contemporaneo), ciò che veramente conta è che il prodotto abbia innanzitutto un interprete/testimonial che sia sessualmente attraente, giovane, bello/a. Se la violinista del caso, preferibilmente minorenne, ha qualche fisiologico problema di acne giovanile si può facilmente eliminare con photoshop: il lussureggiante e rassicurante pomodoro inesistente! “Oro e piacere sessuale/regno animale dello spirito”, appunto.

Le caratteristiche del denaro sono le mie stesse caratteristiche e forze essenziali. Ciò che io sono  e posso, non è quindi affatto determinato dalla mia individualità. Io sono  brutto, ma posso comprarmi la più bella tra le donne. E quindi io non sono brutto, perché l’effetto della bruttezza , la sua forza repulsiva, è annullata dal denaro. Il denaro è il bene supremo, e quindi il suo possessore è buono; il denaro inoltre mi toglie la pena di essere disonesto. Io sono uno stupido, ma il denaro è la vera intelligenza di tutte le cose; e allora come potrebbe essere stupido chi lo possiede? Inoltre costui potrà sempre comprarsi le persone intelligenti, e chi ha potere sulle persone intelligenti, non è più intelligente delle persone intelligenti? Io che col denaro ho la facoltà di comprarmi tutto quello a cui il cuore umano aspira, non possiedo forse tutte le umane facoltà? Forse che il mio denaro non trasforma tutte le mie deficienze nel loro contrario?

Karl Marx, Scritti giovanili

Marx

K.Marx

 

La funzione della musica quindi non è più, o perlomeno così mi appare in questo momento, un mezzo; mezzo per dire o negare il dire ma comunque gesto che nasce verso l’altro e verso lo spazio in forma di dono. Non ha più la funzione di sfamare e generare vita. No, la musica è diventata un fine, ovvero prossima alla fine.

Ma come sappiamo ad ogni lutto, e soprattutto agli epocali lutti novecenteschi (la morte del teatro, la morte della musica, la morte dell’arte, la morte del romanzo) corrisponde sempre una nascita. Il punto è trovarla. Il troppo discusso placebo musicale Giovanni Allevi, per esempio, è la risposta giusta a una domanda sbagliata. La domanda sbagliata è: perché la musica contemporanea (o musica d’arte) è così noiosa e autoreferenziale? La domanda giusta sarebbe: perché la musica contemporanea non riesce più a essere “contemporanea“ ? Dietro gli effetti c’è sempre una ricca molteplicità di cause!

 

(fine seconda parte)

andrea liberovici © 2013

 

 

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